Partito

Il cammino verso la Loggia del 2023

Candidature autorevoli e credibili per un Centro Sinistra Civico

C’è tempo, ma…è da sempre complicato il cammino verso la Loggia. Mentre c’è chi avrebbe già allineato al traguardo del ‘23 una propria candidatura a Sindaco, ma fingendo il contrario. Eppure la storia bresciana è buona maestra, almeno per chi la sa ascoltare.
Si dice che per conoscere un viandante Freud chieda: “da dove vieni?”, mentre Jung gli si rivolge con un “dove vai?”. Due diverse domande, ma per sapere per davvero dove vada il viandante non si può ignorare anche da dove venga. Nella vita, ma pure nella politica. Anche locale.
Ogni passaggio, ha sempre vissuto discontinuità, dal dopo Boni in poi, quand’anche mimetizzate da apparenti continuità. Con pretese, anche di ristrette conventicole di potere, spesso scompaginate.
Infatti contro la designazione di Ciso Gitti, nel 1975 s’impose quella di Cesare Trebeschi. Il dopo Trebeschi, nel 1985, vide la scelta dell’on. Padula, del tutto estraneo alla Giunta uscente, come peraltro sempre avverrà, nonostante ricorrenti auspici di Sindaci uscenti in favore dei propri delfini.
Nel terremoto del 1990-92, le candidature delle segreterie del pentapartito saltarono in aria o durarono poco – come il Sindaco Panella – a favore d’un outsider PCI-PDS come Corsini, nel 1992. Con una spericolata operazione poi, nel 1994, lo scioglimento - in tre giorni tre! - del Consiglio Comunale, promosso dal Sindaco Corsini contro lo stesso PPI alleato ed il suo vicesindaco Odolini. In modo da impedire a Brescia ciò che il PPI aveva fatto in Regione, ovvero una Giunta con la Lega, con Presidente il leghista Arrigoni e vice il bresciano Marchioro.
Una scelta per lo scioglimento ad alto rischio, ma che ha poi  reso possibile eleggere Martinazzoli Sindaco, con una Giunta – ante litteram- dell’Ulivo.
Nel 1998 vennero accantonate ben tre proposte di Martinazzoli e per la sua successione si fece una scelta - in emergenza - con il “richiamo alle armi” di Corsini, parlamentare da soli due anni. Che vinse il ballottaggio con il 53% contro il 47% di Della Bona, con il voto della Destra al 52,7%!
Ma il rischio del vento cambiato s’è poi visto poco dopo, quando vi fu – nel dopo Lepidi - la vittoria della Destra con Cavalli in Provincia. Infine il dopo Corsini, nel 2008, ed anche in quel caso una svolta rispetto alla Giunta uscente. Venne infatti proposto l’on. Del Bono, mentre Gruppo e Segreteria dell’ex Margherita, sostenevano il vicesindaco Morgano.
Questo il cammino del nostro viandante. Nei momenti di cambiamento s’impone lo slancio coraggioso della novità d’una testa rivolta al futuro. Non già il trascinamento della coda d’un passato, per quanto sia condiviso ed importante. Tanto meno il gioco pericoloso delle mosse con teste di legno sulla scacchiera.


Regione e Loggia: il nodo coalizione, la priorità del Centro Sinistra Civico - programmi, candidati, rapporto con il M5S

Con voto unanime la Direzione Regionale del PD ha definito il percorso verso le elezioni regionali e comunali, proposto dal Segretario, Vinicio Peluffo. Con una Regione Lombardia politicamente “contendibile”. Un biennio decisivo alla luce anche del Governo Draghi con le scelte del Recovery Plan per la ripresa economica. Di rilevante importanza il prossimo voto, a partire da Milano, da Varese ed a seguire anche di altri Comuni, compresa Brescia.
Con il PD protagonista per un ruolo coalittivo, un crescente Civismo, un nuovo Centro Sinistra, un possibile confronto – non facile, ma opportuno – con il M5S. Non si tratta di stabilire un “a priori” di scelte strategiche, nella versione poco convincente di Goffredo Bettini. Infatti, dovendo risalire le rapide rischiose d’un fiume è tempo non di grandi strategie, ma di realismo. Non scordando che - pur col vento in poppa d’uno strategico Ulivo – il Governo Prodi 1 durò solo dal 1996 al ’98. Il Prodi 2 dal 2006 al ‘08. In quanto poi a Veltroni segretario PD, incoronato nel 2007 con primarie di 3,5 milioni di voti, se ne andò dopo 14 mesi. Si tratta non di pessimismo, ma di realismo, per evitare poi di tramutare in incubi i voli pindarici.


Tavolo del Centro Sinistra e nuovo Civismo a Brescia

Ho letto l’intervento di Andrea Rolfi (Bresciaoggi, 24 aprile) con molta attenzione, meritevole d’una piena condivisione e d’un confronto in quanto giovane Presidente del Consiglio di Quartiere del Violino, nonché esponente civico di “Città aperta”. Immaginando che nelle sue considerazioni critiche sul correntismo del PD e nell’attenzione sua alle scelte di Enrico Letta possa riflettersi il punto di vista d’una nuova generazione che si affaccia al futuro della politica locale, condividendo un punto di congiunzione – autonomo, critico, costruttivo - tra politica e civismo.
Come PD regionale in questi giorni abbiamo promosso un “seminario” di analisi dei processi sociali in atto, nel quale sono efficacemente intervenuti anche il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, ed il segretario provinciale, Michele Zanardi. Vi è la consapevolezza che crisi economico-sociale, vicenda Covid, Governo Draghi,...delineino un’incognita sul presente, ma anche la sfida d’una speranza nel futuro. Consapevoli anche delle difficoltà delle prossime elezioni per le “capitali” d’Italia: Roma, Milano, Torino, Napoli…, per il nuovo Presidente della Repubblica ed il prossimo Parlamento. E, per noi, anche delle incognite per Brescia e per la Lombardia. In questi tre anni si gioca un intero ciclo politico della storia del Paese. E per noi stessi.


Svolta o rifondazione del PD?

IL REALISMO DI LETTA PER IL “LABORATORIO” DEL NUOVO PD
di Claudio Bragaglio
Presidente della Direzione lombarda del PD
(Giornale di Brescia, 30 marzo 2021)

Svolta o rifondazione del PD? La seconda, direi.
Si tratta infatti d’un cambiamento rispetto non solo al renzismo, ma ad alcune scelte originarie del PD. Si sostiene l’alibi che “il vero PD non è mai nato”, ma senza rendersi conto che tale giudizio - dopo 15 anni - è ancor più liquidatorio.
Nelle scelte di Enrico Letta segretario colgo un tale cambiamento perché sovverte il quadro del PD veltroniano, riprodotto in varie fogge da una decina di segretari e reggenti. E già questo - insieme ai molti Padri costituenti che son spariti - la dice lunga.
Molte le cose deludenti da lasciarci alle spalle. Lo schema bipartitico, la famosa “vocazione maggioritaria” in versione “strong”, la coincidenza – scritta nello Statuto! - tra segretario del PD e il capo del Governo, le leggi elettorali ipermaggioritarie per desertificare le forze alleate, ma concorrenti, le liste elettorali decise a Roma, il “mito fondativo” delle primarie…
Negli anni persino due PD, come “gemelli siamesi”, si son trovati tra loro uniti, ma con opposte vite. A livello nazionale un primo PD ha seguito quel tracciato appena richiamato, ma senza mai vincere una elezione, mentre un secondo PD nei governi locali ha, in direzione opposta, promosso le più ampie coalizioni, spesso vincendo e da protagonista. Come nei vari Capoluoghi lombardi, compresa Brescia, con la grande alleanza del Sindaco Del Bono nel 2013 e ‘18.
La convivenza di tali opposte strategie ha portato il PD alla crisi. Crisi di rappresentanza politica, oltre che sociale e territoriale. Ma non solo. Ben sapendo come il bipartitismo non possa che spostare l’asse della contesa elettorale su una linea centrista, moderata e neoliberista, lasciando ampio spazio a movimenti populisti di sinistra e ad allo stesso M5S.
I sindaci nel rivendicare – giustamente – un ruolo nazionale hanno però motivo anche per se stessi d’una riflessione critica in quanto molti si sono adeguati alle scelte prevalenti nel PD senza proporre come linea nazionale, quella opposta e che da loro stessi era promossa nelle città. Ovvero non la “vocazione maggioritaria” del PD, ma la “vocazione coalizionale”, con premio di maggioranza per le coalizioni stesse. E con una conseguente legge elettorale nazionale.
La “vocazione coalizionale”, a mio parere, è l’asse rifondativo del PD, proposto da Letta, che rinvia ad una diversa visione – quella ulivista - della rappresentanza politica, sociale e civica.

ll Libro: Il PCI bresciano. Una breve storia 1921-1990

IL CAPITALE UMANO.FOTO DI GRUPPO CON PCI - Il Libro: Il PCI bresciano. Una breve storia 1921-1990
di Massimo Tedeschi
(Corriere della Sera, Giovedì 25 marzo 2021)
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Quando il Partito comunista italiano nacque cent’anni fa, da una scissione durante il congresso socialista di Livorno del 15-21 gennaio 1921, la provincia di Brescia era una “cenerentola” nella geografia del nuovo partito. I bresciani assegnarono a Bordiga 230 dei 1268 voti congressuali di cui disponevano e quando - due settimane dopo - in piazzetta Legnano in città aprì la prima sezione del nuovo Partito, che aveva nel sindacalista Marcello Verdina il dirigente più esperto, il PdCi di Brescia era povero di quadri e risorse finanziarie, privo di addentellati nella realtà cooperativistica e nell’associazionismo operaio. Improntato a un’organizzazione di tipo militare (gli “Arditi del popolo”), animato da propositi rivoluzionari, nelle elezioni di maggio misurò nel Bresciano tutta la propria debolezza: ottenne 521 voti contro i 37mila dei socialisti, i 44mila dei popolari, i 25mila del blocco liberale. Un’avanguardia esigua e disorganizzata, schematica nelle analisi, in attesa messianica della rivoluzione, ossessionata dalla polemica contro i socialisti che però a Brescia non lasciavano spazio, essendo in maggioranza massimalisti (dunque “di sinistra”). Nel 1922 il PdCi a Brescia ha 108 iscritti, già esposti a licenziamenti e arresti. Ci vorrà l’arrivo di un’altra frangia scissionista dei socialisti, nel 1924, per irrobustire le fila di un partito che, inquinato da informatori della polizia, verrà subito scompaginato ed entrerà infine in clandestinità.
A cent’anni dalla nascita del Pci nazionale anche il partito bresciano ha ora un suo manuale storico grazie al libro “Comunisti. Il Pci bresciano. Una breve storia 1921-1990” (Liberedizioni, pp. 152, euro 15) promosso dalla Fondazione Ds Brescia. Il curatore Marcello Zane ha chiesto a quattro autori – Gianfranco Porta, Paolo Corsini, Paolo Pagani e Claudio Bragaglio  - storie, racconti e testimonianze dei settant’anni di storia dei comunisti bresciani. In attesa che qualcuno cominci a studiare il ponderoso archivio del partito, in fase di riordino presso la Fondazione Micheletti, questo è il più aggiornato manuale a disposizione. I dilemmi della collocazione internazionale del partito, le dispute ideologiche, le sconfitte della Storia rimangono sullo sfondo. Anzi c’è una certa propensione ad iscrivere a posteriori il Pci nel fronte della socialdemocrazia europea, sorvolando sul fatto che l’Italia non ha avuto la sua Bad Godesberg, che lo “strappo” di Berlinguer con l’Urss nel 1981 non divenne rottura, che quando Umberto Terracini nel 1982 affermò che “a Livorno aveva ragione Turati” la sua uscita venne accolta con imbarazzo, e che il Partito approdò all’Internazionale socialista solo nel 1992, quando il Pci non c’era più, il muro di Berlino era caduto e sulla scena c’era il Pds.
“Comunisti” lascia sullo sfondo questi aspetti, che fanno della storia del Pci un nodo sostanzioso e controverso, insomma non “pacificato” della storia italiana. In compenso il libro offre un racconto – ora partecipe, ora affettuoso – degli uomini e delle donne che hanno speso la vita per un ideale, un credo politico, un’organizzazione ferrea, uno slancio morale, una passione militante, un governo progressivo delle istituzioni e della società bresciana. “Comunisti”, appunto.


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